

A volte,
cammino a piedi nudi
con poche parole da leccare.
A volte,
mi siedo sui sassi
sulla riva dello stomaco.
A volte,
rimetto le scarpe
e disegno a grandi passi.
(Dice Steiner che il rosso è lo splendore del vivente.)
P A N T A R E I
L’edicolante mi porge il quotidiano. Mi accendo una sigaretta e ho voglia di comprare un minuscolo cane, di quelli che stanno nella borsetta, ma nessuno si faccia venire in mente di regalarmelo, che la mia idea è solo di passaggio. La pioggia ha ceduto il cielo al sole ed entro in un bar per un caffè. Il gruppo di persone in fila alla cassa mi concede il tempo per osservare la vetrina dei dolci. I cornetti hanno la sommità incipriata di zucchero e il cuore strapieno di crema, sembrano modellati dalle mani di un pasticciere che si sia ispirato davanti ai lineamenti di una donna mediterranea. Ne chiedo uno e dopo il primo morso ho i sensi entusiasmati per la notevole soddisfazione. Il buon cibo è emozione ed esperienza, passione e soddisfazione, gioia e memoria. Il buon cibo può restare una costante nella vita anche quando tutte le altre sono latitanti, anche se "non di solo pane vive l'uomo". Pantarei...A casa ho lasciato la lavatrice in funzione ed è una delle poche cose dell'oggi che funziona perfettamente, ieri, probabilmente, non funzionava neanche, e non c'avevo prestato attenzione, perché vivo sempre in tempi sballati, quasi che buona parte della mia vita non mi appartenga. Pantarei...nel tepore che mi accarezza la schiena e cammino senza sapere dove andranno a fermarsi i passi.

...ma che parlamme a fà
sempe de stesse cose
pe' ce ntussecà
e nun ce 'ncuntrà ogne vota
c'arraggia 'ncuorpo e chi
jesce pazzo tutt'e juorne pe' capì...(Pino Daniele)
Per una persona che deve sopravvivere ce n'è un'altra che lentamente muore...

A b b r a c c i o
Il sussurro del vento s'infila tra i fili di pioggia, li sposta, li rende obliqui, li incrocia nell'aria.
Davanti alla finestra, le fronde degli alberi muovono passi di tango su per i rami.
Viva è la natura e gli occhi ne osservano i dettagli, che riescono a stupire ancora.
Viva è la vita nel sapore di un gesto antico e perenne.
Un atto semplice che riconcilia con la vita stessa, magari adesso.

Son segni. Che siano lunghi o spessi non ha importanza. Potrebbero essere chiari come la pelle o viola come come la buccia di una melanzana oblunga, ma nemmeno questo è fondamentale.
Non sono lividi, seppure, qualcuno di essi potrebbe conservare lo stesso indolenzimento a passarci ripetutamente sopra.
Non sono nemmeno tatuaggi, anche se hanno una simile permanenza temporale.
Sono scippi, sono graffi, procurati volontariamente o inconsapevolmente, per egoismo, paura, buona fede, cecità o ingenua disattenzione; in prima persona o da altri, senza usare le unghie, senza spendere il rischio di rammollirle, scheggiarle o addirittura spezzarle. Il qual rischio, sarebbe molto minore rispetto a tanto altro.
A passarci sopra le dita, non si sa dove cercarli, quando il mare non è oceano schiumoso.
Eppure, sembra facile strapparli via, con un morso deciso in mezzo alla vita.
Son segni, per ieri e per oggi. Son segni, fino al cambiar pelle.
(Foto: Hugo Amador)


Dove si son fermate le albe?
E' arrivato davanti agli occhi il ricordo di un'alba. C'era la spiaggia e una stradina che divideva gli stabilimenti. C'era il mare e la sabbia tra i sandali. Poche le parole e piccoli i gesti, ce ne stavamo lì a rincorrere la notte, seduti nel fascio di un faro senza far nulla, i respiri sincronizzati con la risacca lieve, il desiderio cucito nelle tasche e un D4 fumato in due.
Quante albe potrei ricordare? Quelle di fronte al Guggenheim o quelle nella campagna toscana, quelle vicino al Colosseo o quelle della nebbia padana, quelle tra le calamarate e i babà o quelle in provenza, quelle dei passi ballati sotto lucciole e stelle.
C'era l'oceano dall'acqua con poco sale che non bruciava gli occhi, la muta stretta e il pimiento dolce e il calimocio, che vomitai assieme alla cena su ogni centimentro del bagno tutto acciaio teck e minimalismo, e c'era il tuo sonno speso a controllare il mio, respiro dopo respiro.

Ho lasciato per troppo tempo le parole dentro all'anima
Alcune cose si riescono ad accettare con maggiore facilità rispetto ad altre somiglianti a una pietanza che si preferirebbe non mangiare, ugualmente mangiata, con la speranza che non faccia venire il mal di stomaco, ma al massimo solo un leggero dolore, una fitta lieve e trasversale.
E si cambia, giorno dietro giorno, forse il cambiamento sarebbe ugualmente avvenuto, ma non è solo una somma di tempo a sancire variazioni, le leve determinanti sono le emozioni che si percorrono.
“Bisogna nutrire l’anima, chè è quel che resta!”
“Mi devi insegnare come si fa, sarà il prossimo argomento di conversazione!”
“Sono un po’ nervosa per tante cose a cui non riesco a dare l’inclinazione che desidero.”
“Adesso non pensarci, vai a dormire.”
Tu sei quello che vuole imparare a nutrire l’anima? Ma ti interessa davvero? Me lo chiedo tra un bicchiere di prosecco e una casa sottosopra per il passaggio di troppa vita. D’intesa vita, di quotidiano amore.
E a te, invece, che sottolinei caffè diventati freddi per non esser mai stati sorseggiati a fior di labbra, che forse non passerai mai tra le mie righe, che mi stringesti la mano troppo a lungo per esser solo saluto, vuoi scoprire un lembo di pelle o uno di cuore?
Sorrido, che lo so ben fare, nel modo in cui si spalanca una finestra per far arieggiare una camera o si archivia un giornale di tre giorni addietro.


"E crescendo impari che la felicita' non e' quella delle
grandi cose.
Non e' quella che si insegue a vent'anni, quando, come
gladiatori si combatte il mondo per uscirne
vittoriosi...
La felicita' non e' quella di grattacieli da scalare,
di sfide da vincere mettendosi continuamente alla prova.
E impari che il profumo del caffe' al mattino
e' un piccolo rituale di felicita',
...e impari che la felicita' e' fatta di
emozioni in punta di piedi,
di piccole esplosioni
che in sordina allagano il cuore...
...impari che il mare puo' aprirti il cuore,
che il profumo della primavera
ti sveglia dall'inverno,
che c'e' qualcosa di amaramente felice
anche nella malinconia.
E impari quanto sia bella e grandiosa la
semplicita'." (Anonimo)
...desidero qualcosa di semplice...
(Foto di Paulo Medeiros)

Ci vuole armonia
Capita che si faccia una pausa pensatoria. Non che normalmente ciò non accada, anzi, il pensare è l'attività che fa da sottofondo a tutte le azioni che si compiono, ma certi momenti si fa pausa da tutto, si spengono luci e candele, per sistemare negli scaffali della mente. Un pò come si fa negli armadi, al cambio di stagione. Si fa ordine tra le cose da fare, si stabilisce qualche precedenza, si fanno progetti e si cercano soluzioni ottimali per le proprie necessità che, spesso, comprendono anche quelle altrui.
Sopraggiunge un rimuginare attento, proteso a cambiare il tasso dei mutui accesi con la vita.
I flussi d'informazione sommergono, per cui si scelgono le fasce, per elaborarle con cura. Arriva il malumore per le impotenze, ma si rintracciano piste di equilibrio, si flessibilizza la logica (per chi ne è capace), si diviene creativi (originalità a parte), per portarlo a patteggiare con la scala delle probabilità favorevoli. C'è una parola, per gradevolezza di sonoro e significato, che solo a pronunciarla sembra un pianoforte in moto: armonia...uno status da attaccarsi addosso...adesso...
(Foto di Carla Maio)

Mentre 'a vita s'arravoglia tra fogli e ceralacca, rivoli di sudore e scatoloni, semafori e pedaggi, perplessità, ansie, conclusioni e mal di testa, un'immagine sale alla gola e porta scompiglio tra parole intrise d'altra argomentazione...
...è difficile concencentrarsi mentre la mente si mette a vagare, ma il consenso è ampio e i fianchi si sentono ancora stretti dentro al ritmo ondoso di due mani...
Ritorna in chiaro un rigo di saliva che inumidisce il percorso tra la gola e i seni, un sussurro riemerge a scivolare sul ventre, la mano ripercorre un sorriso, le braccia vorrebbero allargarsi per accogliere e stringersi per essere accolte...piove e schiudo l'ombrello con i miei colori, in mezzo al marciapiedi grigio fumo di Londra.
(Foto di Rui Bento Alves)

In questo immenso...
Stappo un Bacardi lime, m'assomiglia in questa notte. Sulla scrivania i resti dei dolci di un compleanno bastano per calmare la fame; dentro alle vene un miscuglio d'aceto dolce e troppe stelle da contare. Lui fa cucù ogni ora che passa -'o ssaje comme fa 'o core- una corolla gli va incontro schiudendosi e non sa più contare, ché s'è ubriacato respirando tra i respiri...e non sa se è giorno oppure sera, e non sa se sedersi su uno scoglio ad aspettare l'alba o imbarcarsi su un bastimento fuori dalla rotta dei bus.
“...e non riesco più a parlare in questo immenso che dura tutta una vita o un minuto così...”
Ho un pollo da tagliare con le labbra umide, file di libri da rivedere e da baciare, e un desiderio sospeso sulla punta degli occhi. Correre e fermarsi, dormire dentro a un guscio, svegliarsi dentro a un ventre, stringere più forte le tue mani e cercarle sotto al cuscino stamattina. Felice è chi ama i cactus senza pungersi. Qualcosa brucia ancora, ma è l'anima che scotta non la carne. E' sbocciata una rosa, vorrei sentirne il profumo...ma è in te, non lo senti?
“e non riesco più a parlare in questo immenso che c'è fra le tue mani...”